Aristotele e Tommaso d’Aquino ci spiegano che cos’è
Siamo di fronte tutti i giorni, anche personalmente, a eventi e circostanze che ci pongono dinnanzi a conflitti più o meno gravi o importanti. In molti di questi casi c’è qualche contendente che si sente offeso, defraudato da diritti, o addirittura, anche a ragione, vittima di soprusi più o meno gravi.
Si tratta di vicende di vita quotidiana nelle quali siamo coinvolti tutti. Ma per il Cristiano, e in particolare per il Cattolico si pone un problema di coerenza in relazione alla raccomandazione che Gesù fece circa il perdono.
Si tratta dunque di approcciare il contesto su due piani:
- È giusto reclamare giustizia?
- È giusto comminare una pena?
- Qual è la funzione del perdono?
Sinteticamente, per la morale cristiana, le risposte sono il SI per le prime due domande. Più articolata è invece la risoluzione del terzo questito.
Il perdono è una condizione che preserva e allontana dai sentimenti di vendetta. È il riconoscimento che l’uomo può sbagliare, che l’uomo può anche essere cattivo. Perdonare significa abbandonare ogni tentazione di rivalsa. Ma non significa rinunciare a reclamare giustizia.
Per approfondire la risposta ai primi due quesiti entra in gioco, quindi, il concetto della giustizia nonché la determinazione di che cosa essa significhi.
La giustizia richiama immediatamente i concetti di equilibrio, di parificazione, di diritto. Occorre però tener conto che esistono diritti legali e diritti naturali, nei quali noi Cattolici distinguiamo il Diritto Divino.
Affinché ci si avvicini alla Giustizia, l’uomo utilizza le leggi, le quali stabiliscono quali sono i diritti legali. Ma come sappiamo non esiste una legge umana che possa contemplare tutti i risvolti di una vicenda, e ancor meno tenere conto della complessità dell’animo umano né della valenza del perdono in senso cristiano.
Questo problema venne portato a galla già da Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, nella quale si preoccupa di spiegarci e proporci un correttivo all’interpretazione delle leggi, attraverso l’epikeia.
Questo termine richiama un concetto filosofico, ma anche giuridico, che tende al raggiungimento di una giustizia equa, correttiva e che raccomanda la moderazione. Si esplicita nella capacità di non applicare una legge rigida, in uno specifico caso, quando farlo creerebbe un danno ingiusto o immorale, .
Aristotele ravvisò delle carenze da parte delle leggi, in ambito di universalità astratta, ovvero nella piena e completa comprensione dello specifico di ogni singolo caso, proponendo l’epikeia come correttivo.
In Diritto e in Teologia la definizione indica il superamento della norma formale a vantaggio della giustizia sostanziale e della realizzazione di un bene superiore.
Si tratta in pratica della stessa definizione che San Tommaso d’Aquino diede nei suoi scritti, nei quali indicò l’epikeia come il correttivo da applicare quando l’universalità della legge la rende difettosa o addirittura ingiusta. Nella Summa Teologica, il grande aquinate arrivò a scrivere che l’epikeia è una legge che supera gli atti umani.
In ambito giuridico l’applicazione dell’epikeia trova la propria legittimità nella ricerca dell’intenzione del legislatore, il quale non avrebbe applicato la legge in determinati particolari casi.
Ma allora come si deve comportare un Cristiano quando subisce un’ingiustizia, o ritiene che i suoi diritti siano stati lesi?
Abbiamo visto che il perdono non si contrappone alla richiesta di giustizia, ma si oppone decisamente alla ricerca di vendetta.
Il Cristiano può certo aderire alla cancellazione di una pena inflitta a chi lo ha danneggiato, in modo particolare quando questa è sproporzionata, ma non è tenuto a evitare che una sanzione venga inflitta.
La sanzione mira a principi superiori rispetto al singolo caso: cerca di evitare o limitare la reiterazione di un reato, la simulazione da parte di altri soggetti, e agisce da deterrente.
In pratica l’applicazione dell’epikeia regolamenta anche l’eccessivo buonismo, che va inteso come lassismo esagerato e proprio per questo anche ingiusto. In un certo senso rientra anche nella filosofia platonica, come ponte tra l’immanente e il trascendente, tra l’imperfetto e la perfezione.