Isaia 40,14: sapienza porta giustizia; scienza porta intelligenza

Isaia 40,14: sapienza porta giustizia; scienza porta intelligenza

Una lettura che il testo in Ebraico propone fortemente

Durante le vacanze, libero da impegni di apprendimento accademico formale, cerco di approfondire le mie conosce di Ebraico e di Sacra Scrittura.

Il testo che ho scelto, anche perché oggetto di studio approfondito in università, è il Libro di Isaia, e precisamente il deutero (o secondo) Isaia, che consiste nei versetti dal 40 al 55.

Il versetto 40,14 mi colpisce immediatamente per la chiarezza del messaggio, ma anche per la diversa incisività che assume nel testo originale in Ebraico. Si tratta infatti di un evidente parallelismo che esprime anche una consequenzialità logica mirata a meglio comprendere il rapporto col Signore.

Siamo alle soglie del primo canto del Servo sofferente, che si svilupperà in quattro parti (Is 42,1-9; Is 49,1-7; Is 50,4-11).

Tradotto letteralmente, il versetto 40,14 recita:

“Con chi si è consigliato e fece comprendere a lui e insegnò a lui in sentiero di giudizio / e insegnò a lui conoscenza e via di intelligenze farà conoscere a lui?”

Mi rendo conto che una simile traduzione sia poco elegante, ma contribuisce a facilitare la lettura dei parallelismi che si evidenziano tra i significati di comprendere, insegnò, sentiero di giudizio. E poi tra conoscenza, via di intelligenze (messo in modo significativo al plurale), e conoscere a lui. (La traduzione è di Stefano Mazzoni,nell’opera Isaia, Bibbia Ebraica Interlineare pubblicata da edizioni San Paolo).

La traduzione italiana nella versione “costruita” che mi ha maggiormente colpito è quella che risulta dagli ultimi studi, i quali hanno portato all’opera Nuovissima Versione della Bibbia dai testi originali, la quale recita:

“Con chi si è consigliato per riceverne sapienza / e per apprenderne la via della giustizia.

Per imparare la scienza / e perché gli fosse rivelata la via dell’intelligenza?”

Balza immediatamente agli occhi, a mio modesto parere, il discorso consequenziale, il quale propone una giustizia che è conseguente alla sapienza, e di un’intelligenza promossa dalla scienza.

Un esegeta Cristiano potrebbe anche aggiungere commenti interessanti circa la Sapienza (con la S maiuscola), ovvero colei che era presente al momento della Creazione … ma questo è un discorso ancora più complesso.

I Maccabei e Roma, un errore di valutazione?

I Maccabei e Roma, un errore di valutazione?

Una ricerca sulla situazione politica del II secolo a.C. in Israele

Traendo le informazioni dal libro storico della Bibbia denominato Primo Libro dei Maccabei, nonché da fonti storiche e relazioni bibliografiche, come ad esempio “Gli Ebrei nell’Impero Romano “, a cura di Ariel Lewin, si evince un quadro piuttosto complesso della situazione politica vigente nella Palestina del II secolo a.C.

Si tratta proprio del periodo in cui, al di là della occupazione formale e conclamata avvenuta nel 63 a.C. quando Pompeo Magno conquistò il Regno di Giudea, iniziò a consolidarsi l’influenza dell’Impero Romano in quei territori.

In un primo tempo a fare da discrimine circa gli atteggiamenti diplomatici e strategici degli Israeliti, fu la grande potenza dell’esercito romano, che dominava ogni battaglia, e trasmetteva la forza di Roma in tutto il mondo antico.

Parallelamente c’era, da parte degli Israeliti, e soprattutto delle loro frange, per così dire, estremiste, la necessità di svincolarsi dal gioco dei Seleudici e del re Antioco IV Epifane.

I Romani avevano già dato ampia dimostrazione di superiorità e di capacità di dominare i Seleucidi, esattamente come fecero con Cartagine e la Macedonia, e ciò diede spunto all’autore del I Libro dei Maccabei di soffermarsi in modo preciso, puntuale e completo proprio su queste vittorie. A avvicinarsi a chiedere l’amicizia di Roma fu dunque Giuda Maccabeo, ricordato anche per essersi posto a capo di una storica rivolta.

In una ri-traduzione dal tedesco del I Libro dei Maccabei, che troviamo nell’opera citata e curata da Lewin, figura la seguente frase, che corrisponde a 1Mac 8,1-16: «Essi [n.d.r: i Romani] avevano conquistato re vicini e lontani, e tutti quelli che venivano a conoscenza della loro fama ne avevano timore. Chiunque essi volevano aiutare a diventare re, diventava re, e chiunque essi volevano, destituivano; ed erano grandemente lodati».

Gli Asmonei (chiamiamoli già così anche se la dinastia fu fondata da Simone nel 140 a.C.), quindi, cercarono deliberatamente l’appoggio di Roma, forse sottovalutando le pressioni che l’Impero della città eterna esercitava sugli alleati.

Non fu la prima volta nella storia di Israele che i governanti e gli uomini politici compivano scelte che si dimostrarono sensibili. Ricordiamo le alleanze del Regno di Israele e del Regno di Giuda, che furono causa delle conquiste da parte degli eserciti mesopotamici, o alcune scelte ardite che storicamente sono riportate sul Libro dei Giudici.

Infatti neppure la Giudea si sottrasse al destino degli “alleati” di Roma, e il risultato fu la conquista di Pompeo.

D’altra parte le opzioni a disposizione, in presenza di una foraz prorompente come quella romana, erano veramente poche, delicate e difficili.

Il Primo Libro dei Maccabei fu redatto nel I secolo d.C. quando sul trono della Giudea, alleata dei Romani, sedeva Giovanni Ircano I, figlio di Simone il Maccabeo e nipote di Giuda il Maccabeo. Il Regno comprendeva anche Samaria e Galilea, che erano originariamente parte dello scomparso Regno di Israele, o Regno del Nord.

Il “pane quotidiano”, un’espressione della profondità del pensiero di Dio

Padre Nostro, la preghiera perfetta

Che il Padre Nostro sia una preghiera perfetta non deve stupirci, in quanto consegnataci direttamente da Gesù, vero Dio e vero uomo.

Se crediamo infatti di averne compreso ogni sillaba ci sbagliamo di molto. Infinite sono, infatti, le diramazioni che ogni singolo termine prende, se valutato attentamente e con l’ausilio della collocazione nel contesto linguistico.

È nota la sfumatura che assume il termine peirasmón, tradotto in “tentazione”, ma che in realtà indica la “prova” a cui l’uomo è chiamato, e che ha fatto nascere numerose e erronee polemiche circa la migliore traduzione del Padre Nostro.

Dobbiamo considerare che Gesù pronunciò il Padre Nostro agli apostoli, parlando in Aramaico, ma a noi venne trasferito in Greco, in quanto i Vangeli sono stati scritti in quella lingua, almeno nelle versioni più antiche che possediamo, e finora considerati le originali.

Gesù ci raccomanda di chiedere al Padre il “pane quotidiano”, e noi interpretiamo semplicemente come una richiesta che soddisfi le nostre esigenze.

Andando più in profondità emergono però concetti più importanti. Intanto quello che Gesù ci invita a chiedere è un pane (se lo indichiamo come “quotidiano”) che serva per “oggi”, quindi un sostentamento che sia indispensabile e non duraturo, come lo fu la manna donata agli Israeliti nel deserto. Non un cibo da mettere da parte per maggiore tranquillità, ma un sostentamento necessario per continuare a attendere la benevolenza del Padre con fiducia e perseveranza.

Ma se scaviamo ancora più a fondo, ci accorgiamo che il termine greco tradotto con “quotidiano” nella nostra lingua, è epióusion, il quale risulta formato da epi (sopra) e da ousia (sostanza, essere). Si tratta dunque di un pane soprannaturale, un nutrimento che non è solo materiale, un pane “al di là dell’essere”.

Il termine epióusion è stato utilizzato nei Vangeli esclusivamente i due occasioni: in Matteo 6 e in Luca 11, solo in corrispondenza dell’insegnamento di questa preghiera. San Girolamo, traduttore della Bibbia (la nota Vulgata) disse di non aver trovato in nessuna lingua una parola equivalente, e Origene ammise di non averla mai sentita prima.

Si tratta dunque di una chiara indicazione che esiste qualcosa che si spinge oltre la natura che noi siamo abituati a vedere e vivere.

Leggere il Padre Nostro significa addendrarsi in una miniera di informazioni e di sorprese. Infatti questa è solo una semplice riga dell’intera preghiera, che contiene in ogni parola un universo.

A beneficio di chi volesse approfondire si riproduce Il Padre Nostro (Padre Hemon) in caratteri greci e nella sua traslitterazione.

Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς,ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου·ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·γενηθήτω τὸ θέλημά σου,ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς·τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον·καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν,ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν·καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]ἀμήν.

Páter hēmôn, ho en toîs ouranoîshagiasthḗtō tò ónoma sou;elthétō hē basileía sou;genēthḗtō tò thélēma sou,hōs en ouranôi, kaì epì tês gês;tòn árton hēmôn tòn epioúsion dòs hēmîn sḗmeron;kaì áphes hēmîn tà opheilḗmata hēmôn,hōs kaì hēmeîs aphíemen toîs opheilétais hēmôn;kaì mḕ eisenénkēis hēmâs eís peirasmón,allà rhûsai hēmâs apò toû ponēroû.[Hóti soû estin hē basileía, kaì hē dýnamis, kaì hē dóxa eis toùs aiônas;] Amḗn.

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ד (dalet)

Significato delle lettere dell'alfabeto ebraico: ד (dalet)

La porta, il sentiero

La quarta lettera dell’alfabeto ebraico è la dalet, che troviamo anche in fenicio (𐤃), e in aramaico, nonché come dalat (ܕ), nell’alfabeto siriaco, e come dal (ﺩ‎) e ottava lettera, nell’alfabeto arabo. Corrisponde inoltre alla delta (Δδ) dell’alfabeto greco

Graficamente, in ebraico, viene generalmente tracciata con due segmenti posti a 90° in cui quello superiore sporge verso destra. In corsivo la traccia verticale è invece spesso arcuata e in alcuni casi obliqua.

Spesso nei manoscritti di epoca asmonea e erodiana la sitrova nella grafia più vicina all’aramaico, come possiamo vedere nella seguente immagine:

A questo proposito è bene ricordare che si deve prestare attenzione, in modo particolare quando si leggono manoscritti, a non confonderla con la resh (ר) che viene tracciata con un arrotondamento nell’incrocio tra i due tratti.

Foneticamente è una consonante occlusiva alveolare sonora, che si pronuncia come la nostra D.

Simbolicamente la dalet è indicativa della “porta” (delet) e del “povero” (dal), per cui spesso utilizzata anche per trasmettere il concetto di chi entra con umiltà.

È anche corrispondente al numero 4, e in gematria e Kabbalah partecipa con questo valore alle relative indicazioni. Per esempio all’interno del nome דוד, David, insieme alla waw (ו), che come vedremo in uno dei prossimi articoli, vale 6, contribuisce ad assegnare il valore 14 (4 + 6 + 4 =14) al nome del grande re ebraico. Per questo motivo le genealogie bibliche riferite a Gesù comprendono 3 serie di 14 successioni.

La forma originaria era quella fenicia, la cui maiuscola tracciava un triangolo, da cui derivarono poi tutte le varianti.

Dalet fenicio

L’Altare della Reposizione

L'Altare della Reposizione

Comunemente chiamato “sepolcro”

Al giovedì Santo si allestisce tradizionalmente l’Altare della Reposizione, impropriamente chiamato “sepolcro” in quanto non si riferisce alla Morte di Gesù, che avvenne il venerdì, ma del luogo di custodia dell’Eucarestia dopo la Santa Messa in Coena Domini del giovedì mattina, e dinnanzi a cui i fedeli adorano Gesù VIVO e NON MORTO.

L’occasione è grata per ammirare lo splendido Altare allestito dai volontari e volontarie tra i fedeli della comunità di Mendatica in questo anno liturgico.

Le parole e le frasi più usate nella Bibbia

Le parole e le frasi più usate nella Bibbia

Nei testi ispirati è oltremodo importante la frequenza dei concetti

La Bibbia, lo sappiamo, è, per i credenti, una raccolta di libri ispirati che contengono la Parola di Dio.

Per i non credenti e gli studiosi in genere, essa rappresenta comunque una folta documentazione che illustra elementi storici, narrativi e teologici, che risultano utilissimi per decifrare le tendenze del pensiero, della cultura, degli usi e costumi, nonché di precisi riferimenti concettuali delle varie epoche di riferimento.

Quando ci riferiamo sinteticamente a “Bibbia” dobbiamo tenere a mente che il termine non è sovrapponibile esattamente per Ebrei, Cattolici e Protestanti, in quanto ognuna di queste religioni accoglie alcun i libri e ne esclude altri, seppure il corpus identitario risulti sostanzialmente immutato. Per noi cattolici i libri dell’Antico Testamento inseriti nel canone sono 46, a cui si aggiungono 27 testi del Nuovo Testamento: in totale 73. Gli Ebrei hanno inserito nel loro canone solo 39 libri, mentre i Protestanti hanno formato il loro canone pure con 39 libri dell’Antico Testamento, oltre i 27 del Nuovo Testamento, per un totale di 66.

I filologi attribuiscono sempre una grande importanza alla frequenza dei termini, delle frasi e dei concetti che emergono dai testi. Nel caso dei testi biblici la rilevanza è ancora più palese, in quanto i riferimenti sono rivolti a un messaggio che annuncia di essere eterno e trascendente, sfociando nell’escatologia. Si esalta l’aspetto spirituale e ci si concentra nell’essenza dell’uomo e nella spiegazione dell’origine e dello scopo dell’universo.

Risulta dunque interessante, ma anche fondamentale, chiedersi quali siano le parole e le frasi che figurano più spesso nella Bibbia, e anche parzializzando la lettura al Nuovo e all’Antico Testamento.

Grazie ai moderni mezzi tecnologici questa ricerca non è difficile, e la velocità che si ottiene nello scoprire i risultati, consente di impiegare maggior tempo da dedicare alle loro interpretazioni.

La frase che risulta la più utilizzata in tutta la Bibbia è: “Non avere paura” (in ebraico al-tira = אל תירא e in greco-koinè mê phoboû = μὴ φοβοῦ).

Questa esortazione ha tra l’altro una frequenza molto eloquente: nell’intera Bibbia compare 365 volte, a simboleggiare il numero dei giorni del ciclo annuale. Ma ancora più curiosa risulta la frequenza limitata al Nuovo Testamento, in cui troviamo questo incitamento per 44 volte.

Il 44, per gli Ebrei del tempo di Gesù, e quindi anche per gli Apostoli e i loro contemporanei, era il numero che veniva associato al Merkavah (il carro-trono di Dio) descritto all’inizio del Libro di Ezechiele, termine che guarda caso, figura anch’esso per 44 volte nell’Antico Testamento.

È estremamente consolante che il messaggio biblico più frequente e insistente sia proprio questo, ovvero quello che Dio e gli Angeli utilizzano nell’accostarsi con amore e discrezione agli uomini nei momenti fondamentali della storia della salvezza. Fu riferito anche a Maria Santissima in occasione dell’Annunciazione e ad Abramo nel riferirgli la maternità di Sarah.

Concettualmente, una frase rilevantissima nel Nuovo Testamento è: “gli uni gli altri”, riferita all’amore fraterno tra gli uomini e al sussidio reciproco. Il termine greco in questione è allelon (ἀλλήλων), che compare circa 100 volte.

Riguardo ai singoli termini abbiamo una differenza che risulta complementare. La parola più ricorrente nell’Antico Testamento è Elohim, ovvero il termine col quale, insieme al tetragramma sacro impronunciabile YHWH, veniva indicato il Dio di Abramo. Da notare che si tratta di un temine che viene espresso al plurale, nonostante i verbi utilizzati e le frasi che lo contengono siano sempre al singolare. Troviamo Elohim per circa 2.500 volte nel solo Antico Testamento.

Ma anche nel Nuovo Testamento vediamo primeggiare il riferimento a Dio, con i termini θεός (theos = Dio) ripetuto 1.300 volte, e κύριος (kyrios = Signore) usato in circa 750 occasioni.

La prima tra le mille analisi che potremmo fare su questi risultati, è che i messaggi sui quali dobbiamo concentrarci per comprendere la “lingua di Dio” sono quelli di speranza, affidamento, amore e fraternità, che derivano chiaramente dal “Non aver paura”, dal “gli uni gli altri” e dalla costanza della presenza di Dio (Elohim, YHWH, Theos e Kyrios).

Il saluto dell’Angelo a Maria Santissima

Il saluto dell'Angelo a Maria Santissima

Kaire kecaritomene: Rallegrati, traboccante di Grazia

Il vecchio adagio che ricorda il tradurre come tradire trova un’ulteriore conferma dall’inizio del saluto dell’Angelo a Maria Santissima, che costituisce anche la parte iniziale della preghiera più recitata: l’Ave Maria.

In questo caso non abbiamo delle difformità dal punto di vista del significato letterario, ma perdiamo molto dell’intensità delle parole dell’Angelo.

Il testo, nella sua forma più antica e originaria ci perviene in greco, e il saluto è quello tipico in quella forma, e esprime un augurio, il quale non è traducibile esattamente con quello latino o dell’Italiano. Kaire (Χαιρε), in modo più specifico non è un augurio di salute come salve (ovvero: salute!), ma indica un auspicio di gioia: sarebbe giusto tradurlo con “rallegrati”.

Non sappiamo ovviamente quale termine abbia usato l’Angelo in quanto presumibilmente il dialogo si svolse in aramaico, ma dal testo del Vangelo possiamo formulare due diverse ipotesi, con propensione per la seconda:

  1. che sia stata usata la forma riflessiva (hitpael) del verbo rallegrare (שוח = smuch);
  2. che sia stata usata la forma dell’imperativo.

Non si tratta di un mero esercizio linguistico, ma della presa di coscienza di un messaggio che viene da Dio e che dunque rappresenta la perfezione.

È dunque un saluto autorevole, un’indicazione di gioia di cui Maria Santissima deve prendere atto, e che implica la gioia. E il motivo della gioia viene spiegato con la seconda parola dell’Angelo: kekaritomene (κεχαριτωμένη) che ha un significato particolare e vuole indicare il colmare del favore divino. Tradurlo con “piena di Grazia” è corretto ma risulta forse riduttivo in ordine all’intensità del verbo greco, che indica un traboccare più che un colmare.

Nella traduzione latina si è scelto Ave piuttosto che il più diffuso Salve, con cui salutavano abitualmente i Romani. Anche qui non abbiamo un corrispondente in intensità, ma si sottolinea che a fronte di un semplice “salute”, c’è un riferimento più ampio (stai bene = aveo).

Nel recitare la nostra invocazione alla sempre vergine Maria, ricordiamo quindi l’intensità significativa con cui l’Angelo si è rivolto a lei, senza dimenticare l’autorità consapevole con cui le è stato affermato che : «… il Signore è con te», ovvero un’affermazione che nessun essere mortale e materiale avrebbe potuto pronunciare con tale certezza.

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ג (gimel)

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ג (gimel)

Anche Bertrand Russel disse che assomiglia a un cammello

La terza lettera dell’alfabeto ebraico è pronunciata coma la G dura dell’alfabeto italiano, ed è definita come occlusiva velare sonora.

La sua forma, secondo quanto ebbe a scrivere Bertrand Russel nel suo A history of western philosophy, assomiglia a quella di un cammello, e risulta composta da una Waw (ו) collegata in basso a una Yod (י).

Per alcuni studiosi il suo nome deriverebbe dunque proprio dal cammello (in ebraico gamal, גמל) e di conseguenza indicherebbe la resistenza alla fatica del viaggio e del portare il peso. Per altri invece il significato simbolico sarebbe quello di un uomo ricco che insegue un uomo povero per fargli l’elemosina. Questa immagine allegorica deriva anche dal fatto che precede la lettera Daleth (ד) la quale allude alla povertà (dal termine ebraico dal, דל = povero). La parola gimel (גִּימֵל) è anche associata a gemul (גמול), che indica una restituzione motivata.

Seguendo la Beth, che come abbiamo visto indica la casa, la Gimel rappresenta anche la crescita, il progresso, il dinamismo, il movimento, nonché una tensione verso il mondo esterno.

L’alfabeto ebraico ha tratto la Gimel da quello fenicio, di cui era parimenti la terza lettera, e che generò anche la Gamma (γ) greca, la Ghe г cirillica, la Ǧīm (ج) araba e la G latina. La troviamo fra gli altri anche negli alfabeti aramaico e siriaco.

Come terza lettera in ordine alfabetico, in gematria prende il valore del numero 3 e viene dunque associata a stabilità, perfezione, equilibrio strutturale e alla manifestazione divina.

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ב (bet/vet)

Significato delle lettere dell'alfabeto ebraico: ב (bet/vet)

La lettera con cui inizia la Bibbia

La seconda lettera dell’alfabeto ebraico è la bet (ב). Corisponde alla nostra B, ma in realtà viene generalmente pronunciata come una V, a meno che non sia contrassegnata dal dagesh (דָּגֵשׁ), ovvero da un puntino posto al suo interno. Esclusivamente alcuni aschenaziti, gruppo etnoreligioso ebraico originario dell’Europa centro-orientale e prevalentemente di lingua e cultura yiddish, la pronunciano beis o veis.

La bet proviene dall’antico alfabeto fenicio in cui appariva con uno stile grafico diverso, come possiamo osservare dall’immagine riportata qui sotto:

È importante ricordare che la bet fenicia è la progenitrice delle sue sorelle più moderne, come la beta greca (β), la B latina e il cirillico Б.

Si tratta di una lettera molto importante per svariati motivi. Innanzi tutto occorre rimarcare che è quella con cui inizia la Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia.

È significativo constatare che l’Antico Testamento inizia con la seconda lettera dell’alfabeto in cui è stato scritto, che è però la prima lettera pronunciabile, essendo, come abbiamo avuto modo di osservare, la alef è muta. Da ciò noi Cristiani deduciamo che con l’Antico Testamento non si rompe il silenzio di Dio, il quale si infrange con l’Incarnazione di Cristo.

Troviamo la bet in tutti gli alfabeti semitici. In fenicio significava “casa”, e questa indicazione si è trasferita anche per ebrei e arabi (bayt). Il pittogramma stesso fa pensare ad una casa dell’età del bronzo.

Nell’ebraico moderno l’uso della bet è diffuso con il 4,98% della frequenza alfabetica totale.

La sua importanza si rileva anche dal punto di vista della sintassi e della grammatica in genere. Viene utilizzata anche come preposizione, agganciandola prima del termine successivo, unendosi ad esso per indicare “a”, “in” o “con”.

In Matematica rappresenta il numero 2, che simboleggia anche le due parti costituite da Torah scritta e Torah orale. Ovviamente questo valore si trasferisce anche in ghematria, la quale rappresenta una parte della teologia ebraica che utilizza i numeri e il loro significato per indicare dei concetti.

La valenza della lettera bet è confermata dall’essere l’iniziale altre parole ebraiche molto significative, in cui viene riconosciuta fondamentale in chiave cabalistica e ghematrica, come ad esempio berakhah (בְּרָכָה = benedizione) o berit (בְּרִית = alleanza, patto).

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: א (alef)

Significato delle lettere dell'alfabeto ebraico: א (alef)

Una lettera muta che parla una lingua eterna

L’Ebraico è una lingua semitica, e come tale risponde alla caratteristica di essere consonantica (non esistono le vocali) e di essere scritta e letta da destra verso sinistra: un libro ebraico si legge partendo dall’ultima pagina in alto a destra, per terminare alla prima, in basso e a sinistra.

Ogni lettera ha un significato particolare, molto profondo, ed è altresì legata all’aspetto numerico (ognuna rappresenta un numero) ma in modo particolare alla Khaballah.

Conoscere le lettere dell’alfabeto ebraico è importante, dunque, anche per l’interpretazione di concetti e espressioni che si trovano sulle Sacre Scritture.

Iniziamo il nostro cammino dalla prima lettera: la Alef (א). Essa rappresenta il numero 1, ed è una lettera muta. Incontrando la alef non si emette alcun suono, ma è importante perché dà supporto verbale alle vocali nel parlato (funzione chiamata mater lectionis).

La Alef, in origine, era indicata con una immagine stilizzata della testa di un toro, e assomigliava ad un glifo (segno) geroglifico egizio. Il nome è comunque di origine chiaramente semitica: aleph significa “toro”. Il toro ha inoltre un’associazione in forza e leadership, attribuitagli dalla tradizione.

Successivamente la Alef assunse questa conformazione attuale (א) che risulta formata da due lettere Yod (י = valore 10), una discendente e l’altra ascendente, e una lettera Waw (ו = valore 6) posta in senso obliquo fra le due Yod. Il totale (26) è equivalente al valore complessivo del tetragramma sacro, che indica il nome di Dio.

Secondo il più antico libro cabalistico, il Sefer haBahir, esisteva ancor prima della creazione dell’universo, collocandosi dunque nell’ambito dell’eternità. Viene qui paragonata al cervello e all’orecchio.

Il numero 1, al quale è associata, viene associato all’unità e all’inizio. Esegeti cristiani motivano l’inizio della Bibbia (la prima parola in Genesi è Bereschit, בראשית = In principio) con la lettera Beth (ב, seconda lettera ebraica), al significato che solo con l’avvento di Gesù si rompe la barriera del silenzio di Dio, passando da una lettera muta ad una pronunciabile.

In mistica e in ambiente esoterico, la Alef viene posta a simbolo dell’Unità primordiale degli elementi, della Volontà suprema del Creatore del Principio divino e della stessa creazione. La sua forma richiama infatti il “tetramorfo”, ovvero le raffigurazioni in uomo, leone, toro e aquila, il quale viene utilizzato per la raffigurazione dei quattro evangelisti.

La Alef è stata anche assunta dalla Matematica come segno indicatore della cardinalità degli insiemi infiniti. Corrisponde poi alla Alfa greca (da cui deriva la nostra A, e alla Alif araba).