Kaire kecaritomene: Rallegrati, traboccante di Grazia
Il vecchio adagio che ricorda il tradurre come tradire trova un’ulteriore conferma dall’inizio del saluto dell’Angelo a Maria Santissima, che costituisce anche la parte iniziale della preghiera più recitata: l’Ave Maria.
In questo caso non abbiamo delle difformità dal punto di vista del significato letterario, ma perdiamo molto dell’intensità delle parole dell’Angelo.
Il testo, nella sua forma più antica e originaria ci perviene in greco, e il saluto è quello tipico in quella forma, e esprime un augurio, il quale non è traducibile esattamente con quello latino o dell’Italiano. Kaire (Χαιρε), in modo più specifico non è un augurio di salute come salve (ovvero: salute!), ma indica un auspicio di gioia: sarebbe giusto tradurlo con “rallegrati”.
Non sappiamo ovviamente quale termine abbia usato l’Angelo in quanto presumibilmente il dialogo si svolse in aramaico, ma dal testo del Vangelo possiamo formulare due diverse ipotesi, con propensione per la seconda:
- che sia stata usata la forma riflessiva (hitpael) del verbo rallegrare (שוח = smuch);
- che sia stata usata la forma dell’imperativo.
Non si tratta di un mero esercizio linguistico, ma della presa di coscienza di un messaggio che viene da Dio e che dunque rappresenta la perfezione.
È dunque un saluto autorevole, un’indicazione di gioia di cui Maria Santissima deve prendere atto, e che implica la gioia. E il motivo della gioia viene spiegato con la seconda parola dell’Angelo: kekaritomene (κεχαριτωμένη) che ha un significato particolare e vuole indicare il colmare del favore divino. Tradurlo con “piena di Grazia” è corretto ma risulta forse riduttivo in ordine all’intensità del verbo greco, che indica un traboccare più che un colmare.
Nella traduzione latina si è scelto Ave piuttosto che il più diffuso Salve, con cui salutavano abitualmente i Romani. Anche qui non abbiamo un corrispondente in intensità, ma si sottolinea che a fronte di un semplice “salute”, c’è un riferimento più ampio (stai bene = aveo).
Nel recitare la nostra invocazione alla sempre vergine Maria, ricordiamo quindi l’intensità significativa con cui l’Angelo si è rivolto a lei, senza dimenticare l’autorità consapevole con cui le è stato affermato che : «… il Signore è con te», ovvero un’affermazione che nessun essere mortale e materiale avrebbe potuto pronunciare con tale certezza.

