La Chiesa dei SS. Nazario e Celso

La Chiesa dei SS. Nazario e Celso

La storia di Mendatica si intreccia con la sua devozione nella riedificazione del 1760

I contrasti filosofici, politici ed economici del 1700, secolo dallo slancio spirituale e dalla spinta razionalistica, dall’attenzione alla natura e dall’interesse per il progresso tecnologico, hanno coinvolto i centri rurali, fortemente radicati nel substrato culturale di appartenenza, in modo tardivo e stemperato.

In campagna si vive un momento di speranza, per l’aumento della produzione agricola, capace di soddisfare appieno, seppure con fatica, il fabbisogno umano e allevatoriale. Patate,  mais e altre essenze eduli, importate da oltreoceano stanno limitando il ripetersi di carestie, solitamente accompagnate da virulenze perniciose. Migliora la qualità della vita, si registra un consistente incremento demografico, si intensifica l’attività edilizia privata e la realizzazione di opere pubbliche a servizio della collettività.

A Mendatica, paese dalla profonda e viva fede, dalla instancabile e strenua operosità, il 17 agosto 1760, si riunisce il Generale Parlamento della Comunità, su invito del parroco don Giuseppe Maria Gastaldi, per deliberare sull’opportunità di riedificare la chiesa dei SS.  Nazario e Celso, risultando la parrocchiale tardomedievale poco capiente per una popolazione in costante crescita. Il responso pressoché unanime, un solo voto contrario, risulta favorevole alla ricostruzione dell’edificio religioso, anche per adeguarlo alle indicazioni della Controriforma. Dispone altresì il mantenimento della torre campanaria, per la scansione del tempo, il richiamo alle funzioni e per la segnalazione di pericoli e di necessità.

I domini loci assicurano il compenso alle maestraenze qualificate, l’acquisto di chiavi di volta dalle fonderie di Finale Ligure e di quanto occorre acquisire all’esterno. La popolazione mette a disposizione le molteplici competenze e  collabora nel reimpiego del materiale esistente e nel reperimento di quello di estrazione zonale.     

Il progetto è affidato all’architetto Domenico Belmonte di Chiusanico, interprete  collaudato del barocco ponentino, come testimoniato dall’ importante cappella di santa Maria degli Angeli di Sanremo.

La chiesa riedificata nella sede della precedente, vede l’orientamento modificato: il presbiterio non appare più rischiarato dalla luce dell’alba, ma dai raggi del tramonto, per accompagnare la funzione vespertina, come previsto dalla rinnovata liturgia.

L’esterno, dall’andamento curvilineo, mantiene la pietra a vista, senza decori in facciata, forse per trovare armonia e continuità con il campanile romanico, che esprime forza e solidità nelle pietre possenti e squadrate, leggerezza e raffinatezza nelle bifore contornate da archetti pensili. La sommità della torre viene trasformata con l’inserimento di cuspide ottagonale e archetti nel coronato.

L’interno si compone di ampio atrio rettangolare, aula quadrata con angoli arrotondati, spazioso presbiterio con importante altare al centro e semicircolare coro ligneo in fondo.

Superata la balaustra absidale, alla base dei gradini l’aula assembleare si apre a guisa di braccia spalancate per accogliere, proteggere e guidare i fedeli nel cammino di formazioine e crescita spirituale.

E’ articolata da quattro cappelle angolari e due centrali più ampie e profonde , ben incastonate nello spessore delle strutture murarie perimetrali. 

Ogni cappella propone la riflessione su un tema, introdotto da un versetto biblico, illustrato nel quadro centrale e sottolineato dalla scelta delle statue di gesso e dal bassorilievo accanto al tabernacolo, per formare un unicum organico e completo.

La cura di  ogni cappella è generalmente affidata ad una confraternita, da quando il Concilio di Trento ne riconosce l’esclusiva finalità religiosa e ne vieta una sede diversa da quella parrocchiale, controllata e guidata dal  clero.

La prima cappella a destra dell’altare maggiore, dedicata alla SS. Trinità è riservata alla Confraria del Santo Spirito; la centrale della Madonna del Rosario viene curata dalla Confraternita del Rosario, la più numerosa nel secolo scorso; l’altare del Carmelo, con la Vergine e le Sante, è custodita dalla Compagna del Carmine.

Sul lato opposto, vicino al presbiterio, la cappella dei defunti, con la Madonna Coredentrice, curata dalla Compagnia delle anime; al centro l’Immacolata Concezione, della confraternita dell’Annunziata, il cui oratorio precedente era la cappella della Madonna dei Colombi; in ultimo l’altare della Madonna dei Dolori, ai lati del quale si aprono gli accessi all’organo settecentesco e al campanile.

Ogni quadro assembleare narra una relazione di sguardi tra  terra e cielo, per rimarcare la comunione dei santi, propria dei cristiani: i fedeli ritratti rivolgono gli occhi pieni di fede e e di speranza in alto, i loro sguardi intercettati dai santi intermediari vengono indirizzati alla Santissima Trinità o alla Madonna. La lode e la supplica sono catturate dal viso abbassato della Divinità che avvolge l’uomo con un’espressione di tenerezza e misericordia.

Nella volta sovrastante, a corona dell’affresco centrale riproducente il Salvatore circondato dagli angeli, quattro pannelli raffigurano la presentazione del fanciullo Celso a Nazario, lo sbarco e l’opera, il martirio e la glorificazione dei santi patroni “In exultazione iustorum multa gloria”. 

Gli elementi decorativi, avvicinando la cupola,  spingono gli animi all’elevazione, al distacco dalle cose terrene, alla tensione verso il Cielo.

Procedendo dal basso l’analogia diventa simmetria, la statica sobrietà si trasforma in armonioso movimento, la luce permea stucchi, decori e indorature. Le lesene che separano gli altari laterali mostrano i capitelli lucenti di oro zecchino, come gli sfondali.

Lo spazio ancora frammentato viene unificato dalla ricca trabeazione e dallo spazioso cornicione, che lega tutto l’interno e sorregge la cupola dell’aula e la volta a vela del presbiterio.

Al di sopra sembra regnare la perfezione, preparata da Abramo, il più fedele protagonista della volontà del Padre Eterno, ritratto nei due affreschi laterali all’altare maggiore.

La volta bipartita del presbiterio, sullo sfondo del coro, valorizza la tela ad olio dei santi Nazario e Celso e l’epigrafe di intitolazione della chiesa ai due evangelizzatori, con una ghirlanda di fiori su sfondo azzurro-cielo, per completarsi, attraverso il colmo absidale, con la lucente rappresentazione della SS. Trinità, senso e fine ultimo dell’esistere.  

I padri cappadoci, dottrina cristiana e filosofia

I padri cappadoci, dottrina cristiana e filosofia

L’importanza dei luminari di Cappadocia nella storia della Chiesa

La ricorrenza dei santi Basilio Magno e Gregorio di Nazianzo del 2 gennaio, fornisce una grata occasione per rinverdire la conoscenza dei padri cappadoci, annoverati tra i Dottori della Chiesa.

Costituivano un gruppo di tre dotti monaci del IV secolo, formato da Basilio, Gregorio di Nissa (suo fratello), e Gregorio detto il Nazianzieno. Provenivano dalla regione appartenente oggi alla moderna Turchia, e riuscirono tra le altre cose, a dimostrare ai letterati del loro tempo che il Cristianesimo non è una dottrina contraria alla filosofia, ma porta anche ad un nuovo stile di vita.

Basilio il Grande

Basilio, successivamente definito “il Magno”, fu certamente il più importante fra i tre. Introdotto con il fratello alla fede cristiana dalla nonna Macrina, era figlio di un noto retore e avvocato, mentre suo nonno fu un discepolo di Gregorio il Taumaturgo del Ponto che perì martire durante le persecuzioni di Diocleziano.

Nacque a Cesarea in Cappadocia nel 329. Fu ordinato presbitero all’età di 31 anni. 10 anni dopo, nel 370, alla morte del grande storico e vescovo Eusebio, fu eletto Vescovo di Cesarea, metropolita ed esarca dell’intera regione del Ponto.

Si oppose coraggiosamente e fieramente all’imperatore Valente, il quale sosteneva le tesi ariane. A lui si deve la nascita del primo ospedale della storia dell’umanità. Edificò infatti la cittadella di Basiliade, che ospitava locande, ospizi e lebbrosari.

Scrisse moltissime opere di carattere dogmatico e ascetico, oltre che omelie e discorsi. Con l’amico Gregorio di Nazianzo, col quale condivise la vita conventuale in gioventù, scrisse un importante trattato sullo Spirito Santo in cui si afferma la consustanzialità delle tre Persone della Trinità. Di notevole importanza fu anche la sua antologia origeniana, la Filocalia, anch’essa scritta con Gregorio Nazianzieno.

Altre opere di carattere fondamentale sono : Contro Eunomio, Lo Spirito Santo, Asceticon, e numerose altre.

Morì nel 379, l’anno successivo a quello in cui Teodosio elevò il Cristianesimo a religione di Stato.

Gregorio di Nissa

Gregorio, che successivamente fu definito Nisseno, fu istruito dal fratello Basilio e dopo gli studi fu colto da una crisi spirituale decidendo di non consacrarsi. Ritornato alla fede fu ordinato presbitero e entrò nel monastero di Basilio. Fu eletto Vescovo di Nissa nel 371.

Tra le poche notizie certe su di lui, sappiamo, che pur essendo il più giovane tra i tre Padri Cappadoci, fu quello che con maggiore organicità operò un’assimilazione filosofica della letteratura pagana alla fede cristiana servendosi del metodo paideutico.

Fu anch’egli autore di numerosissime opere di carattere teologico, ascetico e esegetico.

Gregorio di Nazianzo

Nacque a Nazianzo nel 329 e vi morì nel 390. Per tutta la vita fu amico di Basilio Magno. Fu incaricato di redigerne l’elogio funebre. Il padre Gregorio anch’egli, era ebreo appartenente alla setta degli Ipsistari, ma fu convertito dalla moglie Nonna e divenne Vescovo di Nazianzo.

Studiò presso il Didaskaleion e, successivamente, ad Atene fu compagno di studi del futuro imperatore Giuliano l’Apostata contro cui pubblicò l’Oratio IV. Fu Vescovo di Costantinopoli, e in tale veste partecipò al Concilio del 381. Nel 382 divenne Vescovo di Nazianzo e dopo un anno si ritirò in solitudine nella frazione di Arianzo ove morì 8 anni più tardi.

Scrisse una rappresentazione sacra (“La passione di Cristo”), numerosi poemi sacri, ma soprattutto 45 tra discorsi e omelie e 245 epistole che ci trasmettono il suo pensiero. Nel 1568 fu proclamato Dottore della Chiesa da Papa Pio V.

 

La Chiesa madre di tutte le genti

La Chiesa madre di tutte le genti

Viaggio nel significato di un concetto che non è solo una formula

La superficialità con la quale spesso viene affrontato il concetto di Chiesa intesa come madre , deriva da un allontanamento dal suo profondo significato.

Dal momento della sua istituzione, la Chiesa ha ricevuto un mandato che l’ha costituita custode della Fede e l’ha resa responsabile del suo annuncio. Un compito che investe di responsabilità tutti gli appartenenti in modo solidale, affinché il messaggio arrivi a tutti.

La prima parte della vita della Chiesa la vide impegnata soprattutto nell’evangelizzazione, attraverso la trasmissione della Parola e la testimonianza di vita. Ma già nel discorso di Pietro, subito dopo la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste, notiamo delle esortazioni materne, che si evidenziano nel porgere l’annuncio con dolcezza.

Nella Didaché (διδαχή, dal greco, “insegnamento”, “dottrina”) scritta tra la fine del I secolo e l’inizio del II, troviamo dei richiami all’unità del corpo mistico. È dall’unione di molti chicchi che nasce il pane eucaristico. E dallo stesso documento possiamo trarre notizia di come le prime comunità vedessero la Chiesa come “famiglia”. Al tempo però l’immagine di Chiesa-Madre era delegato probabilmente solo alla sensibilità dei singoli.

Nel VI secolo si prese coscienza della funzione generatrice della Chiesa. La madre biologica genera i figli e li nutre. Così la Chiesa genera attraverso il lavacro della rigenerazione (il Battesimo), e nutre i suoi figli attraverso la Parola e l’Eucarestia.

Fino a quel momento il Battesimo era impartito esclusivamente agli adulti. Da allora si iniziò a praticarlo ai neonati, a cui venivano impartite anche Cresima e Comunione.

Si ritenne successivamente che anche con il solo Battesimo il neonato può avere la Salvezza. Confermazione ed Eucarestia vennero quindi successivamente procrastinate. Fu il Concilio di Trento (1545-1563) a sancire la decisione. L’obbligatorietà per i genitori credenti di battezzare i figli, ancor oggi riconfermata dal Codice Canonico, si ebbe invece nel 1172.

Mater et Magistra

Mirabile è la descrizione della funzione materna della Chiesa fatta da Papa Giovanni XXIII al primo punto dell’introduzione dell’enciclica Mater et Magistra: “1. Madre e maestra di tutte le genti, la Chiesa universale è stata istituita da Gesù Cristo perché tutti, lungo il corso dei secoli, venendo al suo seno ed al suo amplesso, trovassero pienezza di più alta vita e garanzia di salvezza. A questa Chiesa, colonna e fondamento di verità, (Cf. 1 Tm 3,15) il suo santissimo Fondatore ha affidato un duplice compito: di generare figli, di educarli e reggerli, guidando con materna provvidenza la vita dei singoli come dei popoli, la cui grande dignità essa sempre ebbe nel massimo rispetto e tutelò con sollecitudine. Il cristianesimo infatti è congiungimento della terra con il cielo, in quanto prende l’uomo nella sua concretezza, spirito e materia, intelletto e volontà, e lo invita ad elevare la mente dalle mutevoli condizioni della vita terrestre verso le altezze della vita eterna, che sarà consumazione interminabile di felicità e di pace.

La Chiesa viene identificata troppo spesso nell’immaginario popolare solo come istituzione, perdendo di vista la sua vera identità di popolo, e popolo in cammino. Si tratta di un aspetto importante che non può essere ignorato dai cattolici, perché riguarda l’essenza e il significato di un progetto che parte da Cristo.

Lo scopo della Chiesa è dunque quello di essere il tramite, e di proseguire in questa accezione l’opera di mediazione di Cristo. Se Cristo è l’unico mediatore, la Chiesa de fungere da tramite. E ciò, come è facilmente intuibile, esula dalla sua struttura gerarchica, unica al mondo ad avere in cima un “Servo dei Servi di Dio”.

La tradizione delle “veggette”

La tradizione delle "veggette"

La semplicità di cuore e l’arguzia dei nostri avi

Il Natale è da sempre la festa della famiglia, in particolare dei più piccoli, che vivono anche l’attesa dei doni di Gesù Bambino.

In passato, questi regali erano pochi e commisurati alla semplicità ed alla frugalità della vita di allora, ma rappresentavano anche un riscontro del comportamento di ogni bambino, che faceva spesso un attento esame di coscienza, nel timore di ricevere carbone, cenere o bucce di patate … Tutti segnali di un giudizio negativo su come aveva compiuto il proprio dovere.

I costumi severi abituavano al rispetto delle regole ed all’autocontrollo, ahimè oggi rimpianto, ed allora indispensabile per chi si sarebbe trovato assai presto a confrontarsi con le responsabilità del mondo adulto.

Un altro atto della volontà che si richiedeva ai piccoli, era quello di aspettare la Messa di mezzanotte a Natale.

Per aiutarli a vincere la battaglia col sonno, quando le palpebre calavano sempre di più, si rompeva la lunga attesa offrendo loro, ogni tanto, una “veggetta”. Si trattava di castagne bollite, chiamate così perché erano le ultime raccolte prima delle gelate.

Per qualche anno la comunità di Mendatica ha provato a far rivivere e condividere questa antica tradizione offrendo le “veggette”, insieme a cioccolata calda e vin brulè, a chi partecipava alla Messa di mezzanotte. Offrirle dopo, anziché prima della funzione, non rispettava appieno la tradizione, ma avvicinava comunque molti alla nostra Cultura (e chiedo scusa per la forse presuntuosa “C” maiuscola).

“Dopo aver ascoltato la voce dell’Angelo, si dissero l’un l’altro andiamo”

"Dopo aver ascoltato la voce dell'Angelo, si dissero l'un l'altro andiamo"

Ciò di cui la pandemia ci ha resi orfani…

La pastorizia ha sempre ricoperto un ruolo importante per la comunità di Mendatica. Sicuramente dal punto di vista economico, ma anche da quello culturale e identitario.

Il paese era il naturale anello di congiunzione tra la vita dei pastori trascorsa in montagna, nelle malghe e negli alpeggi, e quella spesa “in bandia”, sulla costa, nei mesi freddi.

Quegli uomini, che da sempre praticavano la transumanza, ritardavano il loro viaggio verso i paesi costieri, per trascorrere in famiglia ed in paese le feste del Santo Natale. E forse anche per questo che per Mendatica il Natale ha un sapore ed un fascino davvero particolari.

Partecipare ai riti rafforzava il senso di appartenenza e di comunità, importante per tutti, ma specialmente per coloro che erano costretti a lasciare, per molti mesi dell’anno, i loro luoghi, i loro affetti e le loro relazioni umane.

Ecco quindi il profondo significato, per i nostri pastori, della processione offertoriale durante la Messa di mezzanotte: era la festa della comunità, era la condivisione profonda prima della partenza.

Ed essi, così importanti per l’economia del villaggio, rivivevano il Vangelo, e come nella prima Notte Santa a Betlemme, avevano l’onore di baciare per primi “U Bambin” e portavano in chiesa un agnello.

Il piccolo animale, prescelto nelle loro greggi, aveva il privilegio di ricevere la benedizione, ricordando loro, per lungo tempo, la dolcezza del Natale. Era per tradizione una femmina, e le veniva sempre imposto il nome di Natalina.

Il Natale 2020 è stato orfano di questo suggestivo rito… Le luci della chiesa non si sono spente, non si è spalancata (nel silenzio profondo e emozionante) la porta centrale della nostra parrocchiale, e i pastori, alla luce fioca della loro lanterna non si sono avvicinati all’altare per esprimere il grande stupore di trovarsi di fronte al miracolo della Natività lasciando cadere rumorosamente il loro bastone ed il loro cappello, prima di inginocchiarsi davanti al Bambino.

È stata una rinuncia per tanti di noi… che hanno rivissuto comunque il ricordo di quella processione che avvicina alla chiesa anche chi ha una fede meno forte.

Speriamo che questo “fioretto”, come si diceva una volta, contribuisca a debellare il male che attanaglia il mondo. Perdere la nostra adorazione dei pastori può contribuire a farci sentire più vicini a quanti hanno perso i loro affetti o stanno soffrendo in questo momento.

BUONE FESTE A TUTTI!!!

Il bassorilievo del 1380, un tesoro storico e artistico

Il bassorilievo del 1380, un tesoro storico e artistico

Campeggia sulla facciata della parrocchiale da 640 anni

Tra i tesori artistici e i beni culturali di cui Mendatica è custode e depositaria c’è un simbolo silenzioso, quasi ritroso, ma significativo e confortante. Esso vigila dall’alto la vita del nostro paese. Si tratta del bassorilievo posto sulla facciata della chiesa parrocchiale dei Santi Nazario e Celso.

Questo simbolo cristiano, raffigurante l’Agnus Dei è presente in paese da più di 110 anni prima della scoperta dell’America e ha assistito i mendaighini attraverso gli ultimi 7 secoli di storia. È sempre stato chiamato dagli abitanti “L’agnello di San Giovanni”, riferendosi sapientemente allo stendardo che esso regge.

Non solo ha conosciuto tutte le generazioni che si sono avvicendate sotto il campanile della chiesa così come la vediamo ora, ma evidentemente era presente anche sulla chiesa romanica.

La storia

L’edificazione della chiesa di Mendatica fu terminata infatti nel 1380, e il 16 luglio di quell’anno fu consacrata e intitolata ai Santi Nazario e Celso, che circa 1000 anni prima evangelizzarono la zona.

Un ampliamento e una riedificazione della chiesa furono necessari già pochi decenni dopo. La comunità si dimostrò molto devota e il 4 gennaio 1451 la chiesa parrocchiale venne riconsacrata dopo aver svolto ingenti lavori. A testimonianza dell’importanza di questo luogo di culto, si registra in quell’occasione la presenza a Mendatica del Vescovo Cornelio di Claramonte. Fu accompagnato da Monsignor Gasparo di Licenzio e da Pietro Paolo Arcidiacono e Luogotenente della Diocesi di Albenga.

Come sappiamo seguirà nel XVIII secolo un’altra importante ristrutturazione che renderà l’estetica della chiesa come oggi possiamo ammirarla.

Anticamente l’ingresso della chiesa era posto dove ora sorge il coro. L’abside era invece posto in corrispondenza dell’attuale scalinata sulla piazza.

Il bassorilievo fu sempre recuperato e ora sorge nella posizione in cui possiamo ammirarlo, al centro della facciata.

L’Agnus Dei è uno dei simboli più densi di significato dell’intera cristianità. Si riferisce a Gesù Cristo nel suo ruolo di vittima sacrificale per la redenzione dei peccati dell’umanità, ed è raffigurato mentre regge una croce o uno stendardo crociato. Importante dal punto di vista storico è il fatto che l’Agnus Dei non sia presente nel rito ambrosiano. Questo sta a significare che molto probabilmente nel XIV secolo la chiesa di Mendatica aderiva già al rito latino in quanto appartenente alla Chiesa Locale di Genova. Precedentemente si può addurre l’ipotesi che appartenesse invece al rito ambrosiano perché facente parte della regione Aemilia-Liguria, con capitale Milano.

Questo articolo è stato redatto sulla base degli studi e delle ricerche di Celestino Lanteri e Emilia Lantrua.

Tanti auguri al nostro Parroco Don Enrico

Tanti auguri al nostro Parroco Don Enrico

Grazie Don Enrico perché non guardi a chi non ti comprende, ma a chi non comprende la Parola di Dio

Oggi è un’occasione propizia per ringraziare il nostro Parroco Don Enrico Giovannini e augurargli un buon compleanno.

Don Enrico, è Parroco della nostra Parrocchia dei Santi Nazario e Celso, ma anche delle Parrocchie di San Pietro a Cosio d’Arroscia, di San Biagio a Montegrosso Pian Latte e di San Martino a Rezzo.

È uno dei tanti “sacerdoti di frontiera” che annunciano il Vangelo con mille difficoltà ambientali e talvolta anche meteorologiche, a cui questa pandemia ha portato mille difficoltà in dimensioni maggiori che a qualunque altro sacerdote.

Col suo carattere esuberante e positivo è sempre stato di aiuto alla comunità, anche nei momenti più grigi dell’alluvione che si è sommata alla pandemia. Il suo modo di “sentirsi addosso l’odore delle proprie pecorelle” segue in modo impeccabile l’esortazione fatta in questo senso da Papa Francesco.

Ti ringraziamo Don Enrico, perché non guardi a chi non ti capisce, ma a chi non capisce la Parola del Salvatore.

Il nostro grazie e il nostro augurio è anche un auspicio affinché il Signore voglia ricolmare Don Enrico di ogni grazia, per poter continuare a svolgere la sua preziosa missione in Valle Arroscia.

Il Vangelo di domenica 20 dicembre 2020

Il Vangelo di domenica 20 dicembre 2020

Quarta domenica di Avvento

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Parola del Signore

13 dicembre, Santa Lucia: la santa della luce

13 dicembre, Santa Lucia: la santa della luce

Martire del IV secolo

Santa Lucia è una tra le sante più amate dalla gente e maggiormente ricordate dalla tradizione popolare. Non tutti però conosco la vita di questa giovinetta che fu martirizzata nel IV secolo.

Nacque a Siracusa nel 283 e fu vittima delle persecuzioni di Diocleziano il 13 dicembre del 303. Il richiamo del proprio nome (Lucia in greco, lux in latino) la accostano alla “vita”, di cui diviene la protettrice.

Lucia proveniva da famiglia cristiana, e rimase orfana di padre all’età di 5 anni.

Promessa sposa a un giovane della sua città, Lucia si reca in pellegrinaggio presso la tomba di S.Agata a Catania, per invocare la guarigione della madre Eutychia, affetta da emorragie. Tornata a Siracusa e ottenuta la grazia, Lucia decide di rinunciare al matrimonio e dona i suoi beni ai poveri. Il fidanzato per vendetta la denuncia come cristiana al governatore Pascasio.

Interrogata, minacciata e lusingata in mille modi, Lucia non abiura la fede cristiana e viene condannata a morte. Fu sepolta nelle catacombe di Siracusa che portano il suo nome. Le sue spoglie riposano ora nella Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro in Venezia.

Santa Lucia viene spesso invocata anche a protezione e guarigione dei problemi legati alla vista. viene venerata dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa.

Non trova riscontri storici la leggenda che narra che le furono cavati gli occhi, o che ella stessa li avrebbe cavati. Figura invece una testimonianza scritta di un evento miracoloso che pose fine alla carestia in Sicilia nel 1646. Fu vista volteggiare una quaglia all’interno del Duomo di Siracusa, e quando questa si poggiò sul soglio episcopale si udì una voce che annunciava l’ingresso in porto di una nave carica di frumento. La gente vide in quell’evento la risposta di Santa Lucia alle numerose preghiere che le erano state rivolte.

Il popolo, affamato corse al porto e per la gran fame consumò il frumento senza macinarlo, ma solo bollito.

Dante Alighieri affermò nella sua nota opera Convivio di aver sofferto in gioventù di problemi agli occhi dovuti alle prolungate letture, e di essere stato guarito per intercessione di Santa Lucia. Nella Divina Commedia, il sommo poeta, nel riferirsi alla santa all’interno del Paradiso, fa trasparire chiaramente la capacità di Lucia di coniugare in sé contemporaneamente qualità celesti e umane, e la pone a simbolo della grazia illuminante.

Vangelo di domenica 13 dicembre 2020

Vangelo di domenica 13 dicembre 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Parola del Signore