Il saluto dell’Angelo a Maria Santissima

Il saluto dell'Angelo a Maria Santissima

Kaire kecaritomene: Rallegrati, traboccante di Grazia

Il vecchio adagio che ricorda il tradurre come tradire trova un’ulteriore conferma dall’inizio del saluto dell’Angelo a Maria Santissima, che costituisce anche la parte iniziale della preghiera più recitata: l’Ave Maria.

In questo caso non abbiamo delle difformità dal punto di vista del significato letterario, ma perdiamo molto dell’intensità delle parole dell’Angelo.

Il testo, nella sua forma più antica e originaria ci perviene in greco, e il saluto è quello tipico in quella forma, e esprime un augurio, il quale non è traducibile esattamente con quello latino o dell’Italiano. Kaire (Χαιρε), in modo più specifico non è un augurio di salute come salve (ovvero: salute!), ma indica un auspicio di gioia: sarebbe giusto tradurlo con “rallegrati”.

Non sappiamo ovviamente quale termine abbia usato l’Angelo in quanto presumibilmente il dialogo si svolse in aramaico, ma dal testo del Vangelo possiamo formulare due diverse ipotesi, con propensione per la seconda:

  1. che sia stata usata la forma riflessiva (hitpael) del verbo rallegrare (שוח = smuch);
  2. che sia stata usata la forma dell’imperativo.

Non si tratta di un mero esercizio linguistico, ma della presa di coscienza di un messaggio che viene da Dio e che dunque rappresenta la perfezione.

È dunque un saluto autorevole, un’indicazione di gioia di cui Maria Santissima deve prendere atto, e che implica la gioia. E il motivo della gioia viene spiegato con la seconda parola dell’Angelo: kekaritomene (κεχαριτωμένη) che ha un significato particolare e vuole indicare il colmare del favore divino. Tradurlo con “piena di Grazia” è corretto ma risulta forse riduttivo in ordine all’intensità del verbo greco, che indica un traboccare più che un colmare.

Nella traduzione latina si è scelto Ave piuttosto che il più diffuso Salve, con cui salutavano abitualmente i Romani. Anche qui non abbiamo un corrispondente in intensità, ma si sottolinea che a fronte di un semplice “salute”, c’è un riferimento più ampio (stai bene = aveo).

Nel recitare la nostra invocazione alla sempre vergine Maria, ricordiamo quindi l’intensità significativa con cui l’Angelo si è rivolto a lei, senza dimenticare l’autorità consapevole con cui le è stato affermato che : «… il Signore è con te», ovvero un’affermazione che nessun essere mortale e materiale avrebbe potuto pronunciare con tale certezza.

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ג (gimel)

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ג (gimel)

Anche Bertrand Russel disse che assomiglia a un cammello

La terza lettera dell’alfabeto ebraico è pronunciata coma la G dura dell’alfabeto italiano, ed è definita come occlusiva velare sonora.

La sua forma, secondo quanto ebbe a scrivere Bertrand Russel nel suo A history of western philosophy, assomiglia a quella di un cammello, e risulta composta da una Waw (ו) collegata in basso a una Yod (י).

Per alcuni studiosi il suo nome deriverebbe dunque proprio dal cammello (in ebraico gamal, גמל) e di conseguenza indicherebbe la resistenza alla fatica del viaggio e del portare il peso. Per altri invece il significato simbolico sarebbe quello di un uomo ricco che insegue un uomo povero per fargli l’elemosina. Questa immagine allegorica deriva anche dal fatto che precede la lettera Daleth (ד) la quale allude alla povertà (dal termine ebraico dal, דל = povero). La parola gimel (גִּימֵל) è anche associata a gemul (גמול), che indica una restituzione motivata.

Seguendo la Beth, che come abbiamo visto indica la casa, la Gimel rappresenta anche la crescita, il progresso, il dinamismo, il movimento, nonché una tensione verso il mondo esterno.

L’alfabeto ebraico ha tratto la Gimel da quello fenicio, di cui era parimenti la terza lettera, e che generò anche la Gamma (γ) greca, la Ghe г cirillica, la Ǧīm (ج) araba e la G latina. La troviamo fra gli altri anche negli alfabeti aramaico e siriaco.

Come terza lettera in ordine alfabetico, in gematria prende il valore del numero 3 e viene dunque associata a stabilità, perfezione, equilibrio strutturale e alla manifestazione divina.

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: ב (bet/vet)

Significato delle lettere dell'alfabeto ebraico: ב (bet/vet)

La lettera con cui inizia la Bibbia

La seconda lettera dell’alfabeto ebraico è la bet (ב). Corisponde alla nostra B, ma in realtà viene generalmente pronunciata come una V, a meno che non sia contrassegnata dal dagesh (דָּגֵשׁ), ovvero da un puntino posto al suo interno. Esclusivamente alcuni aschenaziti, gruppo etnoreligioso ebraico originario dell’Europa centro-orientale e prevalentemente di lingua e cultura yiddish, la pronunciano beis o veis.

La bet proviene dall’antico alfabeto fenicio in cui appariva con uno stile grafico diverso, come possiamo osservare dall’immagine riportata qui sotto:

È importante ricordare che la bet fenicia è la progenitrice delle sue sorelle più moderne, come la beta greca (β), la B latina e il cirillico Б.

Si tratta di una lettera molto importante per svariati motivi. Innanzi tutto occorre rimarcare che è quella con cui inizia la Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia.

È significativo constatare che l’Antico Testamento inizia con la seconda lettera dell’alfabeto in cui è stato scritto, che è però la prima lettera pronunciabile, essendo, come abbiamo avuto modo di osservare, la alef è muta. Da ciò noi Cristiani deduciamo che con l’Antico Testamento non si rompe il silenzio di Dio, il quale si infrange con l’Incarnazione di Cristo.

Troviamo la bet in tutti gli alfabeti semitici. In fenicio significava “casa”, e questa indicazione si è trasferita anche per ebrei e arabi (bayt). Il pittogramma stesso fa pensare ad una casa dell’età del bronzo.

Nell’ebraico moderno l’uso della bet è diffuso con il 4,98% della frequenza alfabetica totale.

La sua importanza si rileva anche dal punto di vista della sintassi e della grammatica in genere. Viene utilizzata anche come preposizione, agganciandola prima del termine successivo, unendosi ad esso per indicare “a”, “in” o “con”.

In Matematica rappresenta il numero 2, che simboleggia anche le due parti costituite da Torah scritta e Torah orale. Ovviamente questo valore si trasferisce anche in ghematria, la quale rappresenta una parte della teologia ebraica che utilizza i numeri e il loro significato per indicare dei concetti.

La valenza della lettera bet è confermata dall’essere l’iniziale altre parole ebraiche molto significative, in cui viene riconosciuta fondamentale in chiave cabalistica e ghematrica, come ad esempio berakhah (בְּרָכָה = benedizione) o berit (בְּרִית = alleanza, patto).

Significato delle lettere dell’alfabeto ebraico: א (alef)

Significato delle lettere dell'alfabeto ebraico: א (alef)

Una lettera muta che parla una lingua eterna

L’Ebraico è una lingua semitica, e come tale risponde alla caratteristica di essere consonantica (non esistono le vocali) e di essere scritta e letta da destra verso sinistra: un libro ebraico si legge partendo dall’ultima pagina in alto a destra, per terminare alla prima, in basso e a sinistra.

Ogni lettera ha un significato particolare, molto profondo, ed è altresì legata all’aspetto numerico (ognuna rappresenta un numero) ma in modo particolare alla Khaballah.

Conoscere le lettere dell’alfabeto ebraico è importante, dunque, anche per l’interpretazione di concetti e espressioni che si trovano sulle Sacre Scritture.

Iniziamo il nostro cammino dalla prima lettera: la Alef (א). Essa rappresenta il numero 1, ed è una lettera muta. Incontrando la alef non si emette alcun suono, ma è importante perché dà supporto verbale alle vocali nel parlato (funzione chiamata mater lectionis).

La Alef, in origine, era indicata con una immagine stilizzata della testa di un toro, e assomigliava ad un glifo (segno) geroglifico egizio. Il nome è comunque di origine chiaramente semitica: aleph significa “toro”. Il toro ha inoltre un’associazione in forza e leadership, attribuitagli dalla tradizione.

Successivamente la Alef assunse questa conformazione attuale (א) che risulta formata da due lettere Yod (י = valore 10), una discendente e l’altra ascendente, e una lettera Waw (ו = valore 6) posta in senso obliquo fra le due Yod. Il totale (26) è equivalente al valore complessivo del tetragramma sacro, che indica il nome di Dio.

Secondo il più antico libro cabalistico, il Sefer haBahir, esisteva ancor prima della creazione dell’universo, collocandosi dunque nell’ambito dell’eternità. Viene qui paragonata al cervello e all’orecchio.

Il numero 1, al quale è associata, viene associato all’unità e all’inizio. Esegeti cristiani motivano l’inizio della Bibbia (la prima parola in Genesi è Bereschit, בראשית = In principio) con la lettera Beth (ב, seconda lettera ebraica), al significato che solo con l’avvento di Gesù si rompe la barriera del silenzio di Dio, passando da una lettera muta ad una pronunciabile.

In mistica e in ambiente esoterico, la Alef viene posta a simbolo dell’Unità primordiale degli elementi, della Volontà suprema del Creatore del Principio divino e della stessa creazione. La sua forma richiama infatti il “tetramorfo”, ovvero le raffigurazioni in uomo, leone, toro e aquila, il quale viene utilizzato per la raffigurazione dei quattro evangelisti.

La Alef è stata anche assunta dalla Matematica come segno indicatore della cardinalità degli insiemi infiniti. Corrisponde poi alla Alfa greca (da cui deriva la nostra A, e alla Alif araba).

 

28 dicembre: Santi Innocenti Martiri, ecco chi sono

28 dicembre: Santi Innocenti Martiri, ecco chi sono

Una ricorrenza che celebra dei bimbi dimenticati dalla Storia

Dopo il Santo Natale si ricordano nell’ordine Santo Stefano (primo martire cristiano), San Giovanni (il più “teologico” degli evangelisti) e il 28 dicembre gli Innocenti martiri. Chi sono questi ultimi?

Occorre risalire al periodo della nascita di Gesù, quando nell’attuale Terra Santa regnava Erode il Grande, che, preoccupato della profezia che annunciava la nascita di un “Grande Re” destinato a regnare su tutta la terra, ordinò che tutti i bambini al di sotto dei due anni fossero uccisi.

Proprio per evitare a Gesù questa sorte, Giuseppe decise di ascoltare la voce dell’angelo apparsogli in sogno, e di portare Maria Santissima e il Bambino in Egitto. Questa decisione soddisfò anche un’altra profezia, ovvero quella annunciata dal profeta Osea: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1).

La Chiesa non ha dimenticato quelli che da innocenti sono stati i primi martiri in relazione alla venuta di Cristo. Rispetto a Santo Stefano, consapevole del proprio destino ed eroico nell’accettarlo, questi bimbi sono stati trucidati senza possibilità di reazione o replica.

Anche oggi assistiamo a carneficine di innocenti, sacrificati sull’altare di un malinteso “diritto personale” e dell’egoismo. Martiri che non possono replicare né invocare clemenza, a cui viene tolta quella vita che chi decide la loro morte ritiene inviolabile per sé stesso.

Il 28 dicembre è dunque una ricorrenza storica e religiosa, ma deve anche essere considerata una rimembranza che faccia riflettere sul significato della vita, delle leggi, nonché di tutto ciò che l’uomo potrebbe o non dovrebbe fare per acquisire un vera dignità umana.

Alle radici storiche della nostra Fede: la piscina di Siloe

Alle radici storiche della nostra Fede: la piscina di Siloe

Citata varie volte in Antico e Nuovo Testamento

La piscina di Siloe (o Siloam, dal nome del luogo sito ai piedi del Monte Ophel in Gerusalemme), è un’antichissima opera che risale addirittura al 1800 a.C. quando fu scavato il canale profondo circa 6 metri che la alimentava. Ai tempi di re Ezechia, e dunque attorno al 700 a.C., l’afflusso delle acque venne incrementato attraverso un altro tunnel scavato nella roccia che attingeva dalla sorgente di Gihon.

La Bibbia la cita diverse volte. Isaia la menziona in Is 8.6 e parla del tunnel di Ezechia in Is 22.9. Nel Vangelo di Giovanni abbiamo il racconto della guarigione del cieco da parte di Gesù, narrato in Gv 9.

Si sviluppava su due livelli, e quello inferiore è stato identificato dagli archeologi nel 2005, dopo aver scoperto l’anno precedente la scalinata che metteva in comunicazione l’area delle due vasche.

Anche gli storici ammettono la presenza di Gesù presso la piscina di Siloe, essendo essa costruita a sud del Tempio: Il Cristo certamente avrebbe potuto compiere in quel luogo le abluzioni prescritte prima dell’accesso, come la maggior parte dei fedeli. La piscina era posta infatti in posizione ideale circa l’accesso al Tempio per i pellegrini che vi si recavano provenienti da fuori Gerusalemme, e dove potevano utilizzarla come mikveh (o mikvah), che significa “raccolta” e che era il bagno rituale purificatorio.

Alle radici della nostra Fede: Il Concilio di Nicea (325 d.C.)

Alle radici della nostra Fede: Il Concilio di Nicea (325 d.C.)

La sconfitta dell’Arianesimo

Quest’anno ricorre il 1700 anniversario dell’apertura e della chiusura di uno fra i più importanti Concilii della Storia, tenutosi a Nicea, odierna Iznik (in Turchia), dal 20 maggio al 25 luglio del 325 d.C.).

Fu voluto, organizzato e presieduto dall’Imperatore Costantino I il quale aveva in mente più motivazioni politiche che teologiche, ma che è risultato fondamentale per la comprensione della nostra Fede e determinante in ambito trinitario.

Costantino voleva infatti risolvere le divergenze che erano nate attorno alla questione della natura di Cristo (il Figlio) in relazione al Padre, discussione che creava una spaccatura ideologica all’interno dell’Impero e che stavano creando un indebolimento del tessuto della società romana, concretizzatosi poi, 70 anni dopo, con la spaccatura fra Occidente e Oriente.

Il Concilio di Nicea del 325 (nella stessa sede se ne svolse successivamente un altro nel 787), viene considerato il secondo Concilio della Storia: il primo si svolse in epoca apostolica nel I secolo d.C. a Gerusalemme, che concesse ai Gentili di non sottoporsi alla circoncisione, e che vide protagoniste le tesi di Pietro, Paolo e Barnaba.

Quello di Nicea, durante il Pontificato di Silvestro I, nel IV secolo, fu importantissimo anche perché chiarì una volta per tutte la posizione dottrinale rispetto all’eresia di Ario. Quest’ultimo, che era un presbitero, sosteneva la Homoiusios, ovvero che la sostanza del Figlio fosse solo simile a quella del Padre. Ciò consentiva di pensare che il Figlio fosse stato creato e non già presente in una dimensione eterna, già al momento della Creazione. Questa era la convinzione che portò alla nascita dell’Arianesimo.

Col Concilio di Nicea del 325, venne invece stabilita la Homoousios, che sancisce la coincidenza perfetta della natura del Padre e del Figlio. Con la Homoousios si ha invece una perfetta linea teologica trinitaria che si accorda in modo totalizzante con le Sacre Scritture. Nacque dunque il Credo di Nicea, poi completato nel successivo Concilio di Costantinopoli I, che affermò il Credo Niceno-Costantinopolitano che recitiamo ancora oggi.

Quando recitando questa preghiera pronunciamo la frase “… della stessa sostanza del Padre”, riferendoci al Figlio, ripetiamo la nostra adesione a questa verità di Fede.

A Nicea però non si stabilì esclusivamente questa realtà. Fu anche stabilita la data della Pasqua, che avrebbe dovuto cadere, e ancora oggi cade per noi Cattolici, la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di Primavera, differenziandosi così dalla Pesach (Pasqua ebraica), la quale era regolata dal calendario ebraico.

Nicea promosse altre importanti decisioni, fra cui la regola che l’ordinazione di un Vescovo avvenga alla presenza di altri tre Vescovi (ancora in vigore), la preminenza del Vescovo di Roma e di quello di Alessandria d’Egitto, la situazione dei lapsi (coloro che avevano adorato gli dei pagani durante la persecuzione di Licinio), le donne diacono ridotte alle condizioni di laicato (escluse dal clero), la proibizione di inginocchiarsi durante le celebrazioni festive e nei giorni pasquali fino a Pentecoste, e altro ancora.

Come già accennato, il Credo di Nicea non fu quello definitivo, ma venne poi precisato meglio a Costantinopoli durante il Concilio del 381.

Vediamo qui in seguito la differenza fra le due preghiere:

Credo di Nicea:

«Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dall’essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale con il Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle sulla terra; per noi gli uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato; morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli; e verrà per giudicare i vivi e i morti. E nello Spirito Santo.

A riguardo di quelli che dicono che c’era un tempo quando Egli non c’era, e prima di essere generato non c’era, e che affermano che è stato fatto dal nulla o da un’altra sostanza o essenza, o che il Figlio di Dio è una creatura, o alterabile o mutevole, la santa cattolica e apostolica Chiesa li anatematizza.»

Credo Niceno-Costantinopolitano:

«Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen».

Aiutaci a donarti l’Arte della chiesetta di Santa Margherita, a Mendatica

Santa Margherita

La nostra piccola Parrocchia ha bisogno del tuo aiuto, ma possiamo darti tanta arte in cambio

La chiesa di Santa Margherita risale al 1400 e fu anche Parrocchia fino al 1600 secolo in cui avvenne la distruzione del luogo in cui sorge, chiamato Borghetto.

È decorata con gli affreschi di Pietro Guido da Ranzo, attivo nel ‘500, e presenta i dipinti murali che illustarno la leggenda tramandata da Jacopo da Varazze nel 1200.

Aiutaci a conservarla per i posteri, e vieni a visirala per immergerti nel fantastico ambiente medioevale.

Utilizzando il QR code potrai leggere qualcosa in più sulla sua storia e, se vorrai, potrai offrire il tuo contributo. Per noi anche 1 Euro è importante. Grazie

Le Guardie del Tempio: quelli che arrestarono Gesù

I “soldati” al servizio del Sommo Sacerdote

Pur soggetti all’autorità romana e sottomessi dall’esercito di Roma, a Gerusalemme c’era un gruppo di leviti che erano incaricati della sicurezza nel Tempio e che spesso agivano anche per assicurare l’ordine pubblico. Queste milizie si occupavano anche di tutto ciò avesse a che fare con le contestazioni o i comportamenti ritenuti sconvenienti alla legge mosaica: erano le Guardie del Tempio.

Costituivano l’unica eccezione di corpo armato ebraico ammesso dai Romani ed erano direttamente dipendenti dal Sinedrio. Il loro comandante era il Capitano del Tempio, una delle massime autorità ebraiche del tempo, dopo il Sommo Sacerdote. Militarmente erano suddivisi in divisioni, ciascuna col loro capo.

Nel Vangelo di Luca i capi delle Guardie del Tempio sono espressamente citate al momento dell’arresto di Gesù. Giovanni parla di soldati e guardie fornite dal Sommo Sacerdote, e di comandante e guardie dei giudei.

L’esistenza di una istituzione come le Guardie del Tempio rivela il riconoscimento da parte dei Romani della profonda influenza che la fede religiosa rappresentava per il popolo ebraico. Concedere che vi fosse una guarnigione incaricata di sedare le discussioni relative alla fede era di fatto una garanzia per i Romani, che reputavano sconveniente interferire troppo, nella Palestina della prima parte del I secolo, in ambito religioso.

Un’ultima annotazione che è motivo di riflessione teologica. Al momento della cacciata dei mercanti dal Tempio da parte di Gesù, nessuna Guardia del Tempio osò intervenire per impedirla. Se ci riflettiamo si tratta di un fatto veramente significativo, nonostante questa azione del Cristo sovvertisse l’ordine delle cose predisposte dal Sommo Sacerdote e dai Farisei.

Dove si colloca in realtà il Monte Sinai?

Dove si colloca in realtà il Monte Sinai?

Indagine per identificare dove sorge il monte dove Mosè ricevette le tavole

Quella che stiamo affrontando è una questione ancora oggi dibattuta fra storici, archeologi, esegeti e biblisti: dove si erge in realtà l’Horeb, ovvero il biblico Monte Sinai. Si tratta di una ricerca intrigante in quanto precisa il luogo in cui la Bibbia narra siano state consegnate le tavole della Legge a Mosè, e alle cui pendici gli ebrei costruirono un altare per adorare il vitello d’oro.

A dispetto del nome, il monte è indicato sulla Bibbia come appartenente all’Arabia, e ciò pare dover escludere un’interpretazione datata al III secolo d.C. che include il monte nella penisola del Sinai. E ciò corrisponderebbe alle nuove risultanze archeologiche.

Il Monte Sinai è stato infatti identificato dalla tradizione come il Jabal Musa, che sorge nella penisola egiziana. Vediamo allora cosa si intendeva anticamente con Arabia.

Il geografo e storico greco Agatarchide di Cnido ha definito i confini a cui ci si riferiva citando “Arabia”, e la collocava ad est del Golfo di Aqaba, escludendo decisamente il Sinai. Lo stesso Paolo nella sua Lettera ai Galati, del I secolo d.C. afferma che il Monte Sinai si trova in Arabia.

Ci si chiede allora se realmente esiste un monte che possa rispondere alle caratteristiche citate nella Bibbia, e compatibile con tutte le eventuali eccezioni che la scelta di Jabal Musa implica.

La risposta è affermativa: in quella che oggi è territorio dell’Arabia Saudita nella sua regione nord occidentale troviamo Jabal Maqla, ovvero un monte che le tribù beduine del luogo, che non furono ebree né cristiane, definirono Jabal Moussa (Montagna di Mosè)

Alcuni rilevamenti archeologici effettuati alle pendici di Jabal Moussa hanno ritrovato strutture in pietre pesantissime che sono disposte come a formare un altare, su cui sono incise e scolpite immagini di animali comuni in Egitto e non nella zona. La datazione di queste pietre risale a circa il 1500 a.C., data compatibile con la narrazione dell’Esodo.

Monte Maqla

Da notare che i ritrovamenti archeologici avvalorano il racconto biblico della costruzione del vitello d’oro e di un altare, mentre Mosè era sulla cima della montagna (Es 32).

Si proceduto dunque all’analisi geologica del granito, il quale presenta scolorazione e mutazioni strutturali dovute ad un estremo calore, ma che si verifica quando la temperatura raggiunge addirittura migliaia di gradi Celsius, e siccome il granito non è infiammabile, il fenomeno non può essere legato a incendi. Esodo !9.16-20 narra di una montagna avvolta nel fuoco e del Signore che vi discese.

La candidatura di Jabal Maqla a essere ritenuto il vero Monte Sinai, si pone dunque in modo autorevole.

Questa identificazione, se fosse confermata, preciserebbe il percorso dell’Esodo e addirittura, forse, il luogo dell’attraversamento del Mar Rosso.